DrammaTeatroTerapia

Dal 2005 Davide Marzattinocci lavora con la DrammaTaetroTerapia proponendo stages e laboratori. Attualmente è docente in Dramma Teatro Terapia presso la Scuola di Arteterapia del Centro Studi Antigone di Enna.

A seguire vengono riportati articoli e altri materiali relativi al percorso di Metamorfosi Teatro in DrammaTeatroTerapia.

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DESCRIZIONE DI UNA ESPERIENZA

Questo mio intervento vuole solo essere una introduzione alla lettera che seguirà, scritta su mio invito, dalla stessa persona protagonista dell’esperienza di drammateatroterapia. Rosa, 52 anni, insegnante di scuola media frequenta il laboratorio da me condotto e come spesso accade questa esperienza inizia all’improvviso quando il laboratorio non è ancora iniziato, ma i partecipanti e il conduttori sono immersi nel setting. E’ in questo momento di pre-laboratorio che Rosa parla col gruppo della sua difficoltà nel gestire una classe di ragazzi. Inizio subito, come sempre, con esperienze sulla consapevolezza dei vari distretti corporei e sul respiro. Chiedo a Rosa esplicitamente di immaginare la sua classe ribelle e di provare a sentire se si modificano le tensioni corporee e il respiro: il respiro accelera, la pancia, il viso e le spalle sono tese. Arriva la seconda fase del laboratorio e chiedo intanto al resto del gruppo (sono in 8) di divertirsi ad interpretare i ragazzi indisciplinati: sono bravissimi nel riprodurre un caos quasi interminabile, poi chiedo a Rosa di entrare e sedersi. Gli attori-studenti non la degnano di uno sguardo e lei fa fatica a gestire la situazione, la voce non esce, le spalle sono contratte, il respiro accelera e i piedi sono contratti e sollevati da terra.
Più volte ripetiamo la scena e ad ogni inizio aggiungo un elemento: chiedo a Rosa di non preoccuparsi di intervenire, la invito a stare e ad ascoltare il suo corpo; poi le propongo di appoggiare la schiena alla sedia e di provare a rilassare il volto, infine di appoggiare la pianta dei piedi a contatto con il pavimento. Le tensioni un poco scaricano a terra l’ansia di controllo di Rosa e il suo stare è più centrato; l’azione del non-agire è sopportabile e l’attenzione degli studenti a tratti, tra momenti di caos frenetico, si accende e si fissa su di lei, per poi riperdersi. Contemporaneamente l’attenzione di Rosa oscilla tra le azioni caotiche  della classe al tentativo di sentire il suo corpo che cede tensione. Le propongo di riproporre l’esperienza corporea in classe, ma per una descrizione del vissuto lascio spazio alla sua precisa testimonianza scritta.
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“C’è una pioggia sottile. Un tergicristallo cigola. Mi sintonizzo su questo lamento gracchiante, e invento un rap nella mia testa:”Cè la posso fàre/son sòlo ragazzìni/in pìsta da undiciànni/…cè la posso fàre/son solo…..” Dio, sto impazzendo, penso.
Perché… mi devo sentire così? Impotente,quasi invisibile, di fronte a una classe di ragazzini di prima media , molti dei quali con evidenti disagi,e allo stesso tempo, così forti,  aggressivi , impermeabili , coalizzati.
Accendo la radio. Ma sulle parole del Dj, ricompaiono loro…. Ivan (da giusta evocazione storica “il Terribile”) con quei suoi occhi smeraldo, ghiacciati ,  “io non o paura di gnente”, si è scritto sul banco,  … Andrea che martorizza Danilo…., Mirko,un fascio di nervi, che non si spegne mai , Serena,così poco serena ,insofferente,sboccata,….. e Michele? ,che riesce a colpire tutti nei punti più deboli ,con le mani e con le parole,“tua madre è….tuo padre è….”….E….poi  …Lorenzo….Noemi….tutti…in una reazione a catena.!!!
Assurdo. Io, per prima,assurda , che dovrei riuscire ad essere un’insegnante , senza provare questa specie di angoscia. Parcheggio e sono già stanca.

Mi sono iscritta ad un laboratorio di drammateatroterapia.  E’ la mia isola che non c’è. Eppure  c’è….
Nel sottoscala di un grande palazzo, nel cuore di Roma, c’è questo posto…questa baia  tranquilla…Il pavimento di legno, i piedi finalmente liberi dalle scarpe, la musica leggera che ti accoglie, le luci graduate.
E , già dal primo impatto, – molto“presente” ma non“seduttivo”, quanto serve  per farmi sentire   a mio agio,-  c’è lui, il custode dell’isola,  il giovane regista-attore-conduttore dell’esperienza. “Ciao, sono Davide”, ( il   sito internet  racconta i suoi titoli e la  pluriennale esperienza professionale ,   tanti lavori  prodotti  e in produzione…)   invece qui è solo  “ciao,  sono davide”.  E poi ci siamo noi… i sei, sette, nove, dodici abitanti dell’isola. C’è chi approda,solo una volta,  esplora, e decide di ripartire….C’è chi  rimane.  Io, mi sa che rimango.
“Cominciate a  concentrarvi sul vostro respiro , senza forzarlo  ……”“Provate a sentire  il vostro corpo  sul pavimento…..la diversa densità delle parti che aderiscono a terra…..”. Gli occhi sono chiusi, ma ho la sensazione  che si riempiano di lacrime, la musica mi entra nelle ossa . Non penso. Mi percepisco.  le dita dei piedi, contraggo e rilasso, i talloni,contraggo e rilasso, le cosce, i glutei,a salire…….e cambia la densità delle parti, si aprono come piccoli tunnel di calore di respiro di energia…. E quel nodo di tensione, magari lì, a destra,dietro al collo, posso adesso immaginarlo,come suggerisce Davide,  come un fiore che si apre e si chiude, in continuazione….sulle note di una musica perfetta per  questo esercizio.
E sono solo i primi dieci minuti di rilassamento….. (Dieci minuti, o dieci mesi? o dieci anni della mia vita,veloci in un flash back….che  si sono come decompressi per ritrovarsi ,qui ed ora,in questo mio corpo-cuore-emozioni-ricordi-mani- sangue-muscoli…. non  lo so,  in questo “io”… che sono io…..)

A scuola continua ad andare male. Torno a casa  tesa e avvilita, e mi carico di altri pesi.   Li gestisco, più o meno, tutti. E forse sono pure brava,ma con quale dispendio di energie?   devo mettere un confine , trovare la mia porta e rinforzarla.  Trovare il mio confine e proteggerlo.

Sull’isola che non c’è, e invece c’è…..,il mercoledì pomeriggio, sento il mio spazio,sento di occupare uno spazio. C’è lo spazio in me, e lo spazio fuori di me. Ognuno di noi lo ha e lo percepisce, Giochiamo , in queste possibili, plurime relazioni spaziali (che situazione straordinaria  questa del gioco…. ,buffa, un po’ folle,liberatoria, serissima, impegnativa ,guerresca,tenera,tutta tenuta nel meraviglioso limite del “come se”.).
Nella seconda ora del laboratorio, Davide  disegna sul parquet del pavimento, con uno scotch di carta bianco, il perimetro di un grande rettangolo. Quel rettangolo è lo spazio teatrale, è lo spazio “altro”, dove si può entrare in un contatto  con sé e con gli altri, totalmente protetti ( non c’è alcun giudizio…)e totalmente ‘nudi’ ,cioè liberi di improvvisare, sulle tracce date dal regista;   sembra contraddittorio ‘improvvisare su traccia’ e invece non lo è affatto, è  esistere  con un confine, – già il mio confine…. –“esistere” finalmente, perché viene dato e accettato un contesto ,  all’interno del quale è possibile creare ed…. essere creati nell’atto stesso del creare.
Nascono,così, i ‘personaggi’. Ognuno di noi pian piano cerca e trova il suo,  inesperesso e a volte inesprimibile…ma anche  un piccolo gesto (casuale?!) o un’ interazione con gli altri, , può aprire scenari ,  frammenti di storie, dove ognuno di noi può trovare un’emozione che è proprio ‘sua’ ,e dunque anche del  nascente personaggio, o viceversa…..


In classe,  spesso, odio la mia voce,così dolce. Vorrei indurirla, vorrei che si abbattesse sul caos che ho davanti e immobilizzasse tutti. E invece per riportare un po’ di ordine devo “urlare”,e mi riesce male.

Oggi sull’isola abbiamo usato la voce. Non per dire parole, ma per produrre suoni, dal nostro respiro, dal movimento, non so spiegare….anche la voce era un gesto, erano  cellule  e onde sonore dai polmoni, o rabbia di muscoli o profondità di antri interni. Insomma anche la voce è corpo e il corpo è voce, ecco forse perché….a scuola, quando tutto il corpo è teso, la voce non ce la fa neanche a uscire…

Con me,in aula,c’è una collega di sostegno, sempre… Una collega che sta vivendo un anno d’inferno, per motivi suoi, personali. I ragazzi, quasi subito sono entrati in rotta di collisione con lei, non le riconoscono un ruolo, non la sopportano a livello proprio di fisicità, c’è un campo elettrico negativo fortissimo tra lei e loro, e la cosa mi ostacola ancora di più.

Stasera,sono arrivata al laboratorio stanchissima. mi sono stesa sul tappetino, come sempre. Ma mentre aspettavamo che gli ultimi si cambiassero d’abito, ho detto qualcosa sulle mie difficoltà in classe. Davide ha subito raccolto. E nelle due ore abbiamo lavorato su questo.
….. Mi sono vista, attraverso alcuni esercizi, mi sono vista negli altri che riflettevano  e moltiplicavano il mio stesso disagio, e ho provato a intervenire su questi  “loro –me” , per calmare con il contatto delle mie mani, quei respiri ansiosi, quelle spalle contratte.
Poi ,nello spazio teatrale, abbiamo riprodotto il caos della mia classe e io ho provato la stessa inibizione, gli stessi sintomi e la stessa angoscia quotidiana. Lì , in quello spazio “sacro”, separato, potevo entrare e  uscire dalla mia sofferenza, tante  volte quanto abbiamo riprovato la scena. E ogni volta la conduzione di Davide mi ha dato dei suggerimenti…. sulla postura,sul respiro, sullo sguardo, e sull’appoggio dei piedi a terra. Senza troppi commenti, come fa lui. Lasciando a me, il compito di capire, di modulare….poi.

Ci provo.  Sono seduta dietro la cattedra , e l’ansia sale, provo a mettere bene i piedi a terra e a sentire l’appoggio sul pavimento. Mi siedo meglio, con la schiena ben appoggiata. La classe continua ad agitarsi nella sua corrente…ma io scarico davvero a terra qualcosa. Non è molto ma è qualcosa.
Oggi sono rimasta sulla soglia dell’aula, proprio sotto l’architrave della porta, a guardarli, per un bel po’. I piedi saldi a terra, a sorreggere le gambe,il bacino,il busto,il collo,la testa , affinchè dalla testa, in giù al contrario,potesse scendere bene dritta la mia tensione  ……Lentamente i ragazzi ,hanno un po’abbassato il volume “Non entra prof?” Non rispondo, sono sotto l’architrave, come nei terremoti, e mi concentro ancora sui piedi; pian piano, incredibilmente,alcuni si siedono. Il resto dell’ora è andato come è andato,forse con le solite difficoltà. Nei momenti in cui la tensione saliva…..ancora i piedi, il loro appoggio forte sul terreno, a interrompere qualcosa…. Come un salva-vita.
Continuo per settimane. La classe è quello che è, ma “scaricando a terra” l’elettricità dell’ambiente, attraverso il mio corpo, riesco a stabilire qualche contatto “buono” a intermittenza, individuale. Davvero è come se attraverso il corpo io possa trasformare una corrente continua in alternata, e questo permette, l’utilizzo dell’elettricità….  Cioè non riesco  a gestire il gruppo, ma riesco a lavorare con una certa calma, ora con uno, ora con l’altro… ora con tutti quei pochi, che sono interessati al lavoro,  e mi avvicino  e mi fermo   – sempre facendo attenzione ad essere ‘ben piantata’… – accanto ai più divergenti, perché ognuno comunque abbia un piccolo incarico, un piccolo compito da svolgere, non importa se lo farà poi o no, non importa per ora…..non importa…  Respiro meglio, questo importa, e non sono proprio sfinita.
Ho deciso, li porto tutti giù.“Hai  fegato –mi dice la collega di matematica – a portarli giù in teatro….”  Già…
In teatro,infatti, è ancora difficile…ma la motivazione è finalmente alta, anzi è chiaro che chi,tra i ragazzi. ha chiusi alcuni canali di comunicazione verbale, qui finalmente può esprimersi , con forme di  comunicazione non verbale… che poi è verbalissima.
Tutto nasce dal vissuto in classe, che ora  viene rappresentato , sul ritmo di un rock frenetico ….per evolversi poi in varie clownerie. Senza costumi, senza scene…. Basta un piccolo naso rosso, e ognuno è un clown, il “proprio” clown, che acchiappa o che è inseguito, che cade e si rialza, timido,  prepotente, impacciato,furbo… quello che si sente di essere , o di voler essere.
Nascono ,nei giorni successivi,nove piccole scene, in cui si ordina il “materiale” emerso.  E tutti,  da soli,a coppie, a tre, o a quattro, interagiscono.   Sì, un lavoro pazzesco, in questa classe pazzesca,  ma i miei piedi, continuano ….fino alla fine….ad aiutarmi a scaricare nella  grande madre terra,che ci sostiene,  la mia e forse parte della  loro tensione e a riceverne una qualche energia di scambio. E arriva anche  il momento della performance davanti ad un pubblico , di genitori,prof. ecc. le luci si spengono davvero e  restano accese solo quelle sul palco… e loro, i clown si esprimono, così veri e così rispettosi del testo che non c’è…e che c’è, dei tempi  che sono rigidi, provati, e riprovati e ancora liberi e improvvisati. “Che miracolo…-mi dicono in  molti.
Mi guardo i piedi. Voglio comprarmi   un bel paio di scarpe.

“Prova a scrivere, se ti va, quest’esperienza…”mi dice Davide, a fine corso.E io ci provo , perché la sento, ancora  così in fieri, così parziale…
Ma forse è proprio qui il suo significato. Poiché continuo è il “dramma” della vita, continua è  la terapia . Cioè la cura del nostro vivere, il prendersi cura del tesoro che noi siamo: corpo-psiche, psiche-corpo,in  un unicum. E’ questo,in fondo, il valore della mia esperienza sull’isola e l’insegnamento del suo ottimo governatore, che me ne ha dato consapevolezza.
Non a caso, in greco “terapeuo” vuol dire  un sacco di cose  : sono servo – servo – corteggio – venero – rispetto  – onoro – festeggio….e allo stesso tempo: mi occupo di – ho premura,sollecitudine-  tratto- governo-vigilo-coltivo – e infine: medico –curo –e, talvolta, guarisco .
Il teatro ,che ho sperimentato in questo laboratorio di drammateatroterapia, è stato per me ” terapia”,in tutti quegli antichi significati : mi ha chiesto il rispetto  di regole,e l’ ossequio di fronte all’ esistenza di  limiti, per permettermi di percepirmi , di trovarmi,di coltivarmi, di esprimermi liberamente fino a  perdermi . in un certi momenti, davvero in mio ‘onore’ e  ‘festeggiamento’.
Poi, mi  ha restituito  a me stessa.… più  intera, e  – in attimi fuggenti –  felice. Credo che sarà così , ad ogni  nuovo  passo  di questa integrazione .  E a me è sempre piaciuto camminare.

Rosa

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(Articolo dalla Rivista Arti Terapie del novembre 2006)

TEATRO, DISABILITA’ ED ESTETICA

Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi e paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili.

Fernando Pessoa

Foto di Chiara Cardelli

Vorrei prendere spunto, per le semplici riflessioni che seguiranno, da un’esperienza che mi coinvolge da alcuni anni. Dal 2001 conduco un laboratorio teatrale per persone disabili promosso dal Municipio Roma Tre e realizzato dalla cooperativa Oltre. Al laboratorio partecipano mediamente una decina di utenti e da due a cinque operatori: tutti i partecipanti, me compreso, sono sempre coinvolti negli spettacoli in tutte le fasi, dalla creazione alla rappresentazione. Proprio su questa distanza, sul percorso creativo che va dalla nascita dell’idea-azione teatrale alla sua fissazione-rappresentazione per il pubblico, vorrei fermare l’attenzione. C’è un legame tra il processo che avviene nel laboratorio e il senso estetico della performance che ne scaturisce? Perché spesso gli spettacoli con persone con disagio non hanno una valida collocazione estetica?

In merito alle difficoltà poste da queste domande vorrei citare un passo del prof. Giorgio Concato (Docente di Psicologia Dinamica all’Università di Firenze), che illustra due possibili condizioni di non equilibrio; dove la terapia annulla il teatro e dove il teatro inficia l’intervento terapeutico: “Nel primo caso, dunque, si assiste a spettacoli volti a suscitare nel pubblico la commozione per l’insospettata abilità dei disabili a mostrarsi “normali”, a dimostrare, nell’ambito della finzione, quelle competenze e quelle attitudini la cui mancanza, nella vita concreta, li contrassegna e li separa dai soggetti normodotati: spettacoli del tipo “saggio di fine anno”, per un pubblico di curiosi, parenti, operatori, volontari e persone sensibili, disposti ad apprezzare lo sforzo dei disabili di superare il loro handicap e la capacità dei registi-terapeuti di accompagnarli verso la

Foto di Simone Schiavon

riacquisizione di una normale funzionalità espressivo-motoria. Qui la terapia oscura l’arte, fino a trasformarla in semplice pretesto. Nel secondo caso, invece, all’insegna di un’obsoleta apologetica della valenza decostruttiva della deformità, il “diverso” rischia di apparire sulla scena, inconsapevole del suo ruolo di spettacolare alterità, solo come emblema e segno di un discorso critico-estetico sulle rimozioni e le esclusioni operate dalla vigente cultura della normalità.”

Partendo da queste considerazioni vorrei scrivere del ruolo del conduttore, così come lo vivo nella mia esperienza. Nel lavoro mi sento in balìa delle sensazioni, del sentire (parole che sono alla radice del termine estetica), navigo con il gruppo e attiro a me i loro messaggi consapevoli o meno; sono pienamente coinvolto delle loro possibilità (soprattutto delle più elementari ed istintive), dai loro ritmi, dai loro limiti, dalla loro quotidianità, dai loro movimenti e dalle loro ansie. Questo materiale si mescola alle mie sensazioni (la mia “estetica”) e a quello degli operatori, poi riaffiora bisognoso di un contesto, chiede di essere ricollocato dal sogno al palcoscenico sotto forma di suoni, oggetti, forme, azioni. Non è importante (anche se a volte è necessario) dare una “spiegazione razionale” all’azione teatrale; l’importante è che sia voluta, necessaria e riproducibile, senza che si perda la voglia di continuare a reinventarla, diversa ed uguale, come si reinventa, parallelamente, la relazione tra gli attori. Mi piace, una volta iniziato il percorso laboratoriale, restare in una temporanea sospensione attendendo e cercando lo stimolo, spesso una musica o un oggetto che, una volta fissato nell’azione scenica, crei uno spazio-tempo dove l’attore-utente possa “rappresentarsi” in un luogo protetto e modificabile. Mi piace aspettare che le immagini “cadano dall’alto”; poi le accolgo e le accompagno nel mio immaginario con la concretezza di ciò che gli utenti sono, in tutte (o alcune) loro subidentità. L’immaginazione tiene stretto a sé il reale e lo rielabora modificandone i contorni e permettendo all’attore di non dover assumere un’identità imposta, rigida, che non farebbe altro che privarlo dell’esperienza di esprimersi ed apparire sé ed altro da sé.

Foto di Chiara Cardelli

Non credo sia facile mantenere l’equilibrio metodologico ed umano che consenta di non sbilanciarsi verso gli opposti citati dal prof. Concato, ma penso che sia auspicabile cercarlo, sentirlo e modularlo all’interno dell’esplorazione della relazione tra il conduttore e il gruppo. Un processo laboratoriale condotto con consapevolezza può portare dolcemente, fluidamente e con naturalezza, gli attori verso il sentire, quindi nel pieno di un’esperienza che si possa definire estetica. Perciò a mio avviso l’estetica del teatro in contesti di disagio (e forse anche del teatro in altri contesti) non è un punto di arrivo da raggiungere con immediatezza, ma la conseguenza di un processo creativo sentito.

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